lunedì 10 settembre 2018

Il senso di una fine, Julian Barnes


 

Questo è il resoconto del mio primo incontro con Julian Barnes.
A spingermi alla lettura di Il senso di una fine  è stata, indubbiamente, la vittoria ottenuta nel 2011 al Man Booker Prize: quello che è il più importante premio letterario per testi in lingua inglese.
Se devo essere sincero fino in fondo, questo romanzo non mi ha convinto del tutto. Al di là dell’antipatia istintiva che ho provato per i personaggi – che mi sono sembrati tanti “piccoli Stoner” – mi ha lasciato perplesso la scelta di imbastire un intreccio così ampio, articolato e denso di particolari senza arrivare a chiarire un granché. Molto rumore per nulla, direi, parafrasando il bardo di Stratford-upon-Avon.

Tony Webster è un uomo comune; un sessantenne disincantato che ha avuto un’esistenza relativamente tranquilla: nel lavoro, nella famiglia, nei sentimenti. Quando riceve la lettera di un avvocato, che gli comunica di aver ricevuto in eredità cinquecento sterline ed un diario, la sua vita cambia radicalmente. Webster dovrà scoprire da dove proviene quell’inaspettato lascito e che cosa si nasconda all’interno di quelle pagine enigmatiche, provenienti dal passato. A poco a poco, il nostro protagonista si troverà al cospetto di risposte che avrebbe preferito non conoscere, imparando a sue spese che “la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato”.

Non ci sono dubbi che Julian Barnes sia un ottimo scrittore: la sua prosa è di altissimo livello e la sua capacità di introspezione è davvero eccellente.
Questo romanzo, però, dopo un’ottima partenza si incarta ben spesso su se stesso e perde pian piano lo slancio iniziale. Il plot, che nelle prime pagine faceva ben sperare, diventa piuttosto banale; oscilla con insistenza tra il filosofico ed il cerebrale, fino a giungere ad un finale che, oltre a risultare affrettato, si dimostra confuso e ingarbugliato.
Rimangono – di questa lettura – alcune buone intuizioni oltreché delle valide riflessioni sul tempo che passa e sugli inganni della memoria: troppo poco per farne un bel libro… specialmente se, sullo stesso argomento, abbiamo già letto opere straordinarie come Everyman di Philip Roth (a cui Barnes non si avvicina manco col cannocchiale).


Consigliato a: coloro che vogliono conoscere uno dei più rinomati scrittori britannici contemporanei ed a chiunque ami i romanzi ambigui e cerebrali, che non sempre chiariscono tutto ciò che viene raccontato.


Voto: 6/10




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