martedì 28 aprile 2020

Todo modo, Leonardo Sciascia


Leonardo Sciascia, prima ancora di essere un grande scrittore, è stato uno spirito libero e anticonformista, che ha fatto dell’impegno morale e civile il suo marchio di fabbrica. 

Todo modo, pur mostrando sin dall'inizio i classici e imperituri cromosomi del libro giallo, è in realtà ricco di agganci al mondo della politica degli anni Settanta; ben presto finisce con l'abbandonare la strada maestra del cosiddetto "percorso deduttivo", per trasformarsi pagina dopo pagina in un chiaro e fulgido esempio di denuncia contro il potere e le istituzioni.
Sciascia, a tal proposito, ha deliberatamente omesso il classico finale da romanzo poliziesco, in cui ogni dubbio viene dissolto e ogni punto interrogativo completamente chiarito.

Un celebre pittore - di cui non conosciamo il il nome - è in giro per le campagne in cerca di un periodo di solitudine e tranquillità. Quando scorge un cartello che indica la presenza di un eremo, denominato l'Eremo di Zafer, l'uomo decide di fermarsi. Scoprirà presto che quel luogo è stato trasformato in un albergo per opera dell'enigmatico Don Gaetano e che, durante certi periodi dell'anno, è solito ospitare persone di altissimo livello sociale (prelati, politici e dirigenti di grandi aziende) per degli strani "ritiri spirituali".
Al pittore viene concesso di restare per assistere ad uno di questi convegni. Nel corso della recita di un rosario, però, uno dei notabili - l'ex senatore Michelozzi - viene assassinato. Tutti i presenti, a quel punto, diventano dei potenziali sospettati.

Uno stravagante hotel/eremo isolato dal resto del mondo; un pittore/detective capitato lì un po' per caso; un folto gruppo di uomini di potere - sia esso civile, politico o ecclesiastico - che si ritrovano per dar luogo a degli improbabili esercizi di fede; una serie di omicidi difficili da spiegare: questi sono gli elementi portanti di questo romanzo in cui Sciascia descrive alla perfezione il losco connubio tra politica, chiesa e poteri forti.
Lo sperduto monastero diventa il teatro di un latente - ma non per questo meno duro - conflitto tra giustizia e religione, tra chiesa e politica, tra esecutivo e legislativo, da cui emergerà l'eterna seppur vana dimostrazione della corruzione di ogni forma di Potere.
Tra i personaggi, ambigui e interessanti, emerge soprattutto la figura di Don Gaetano: un prete colto e seducente, dall'aspetto piuttosto ipnotico.
Personalmente, ritengo quest'opera un filino inferiore ai riconosciuti capolavori dell'autore - parlo di Il giorno della civetta e A ciascuno il suo - trovandola un po' ridondante nel linguaggio (specialmente per quanto concerne i forbiti discorsi di Don Gaetano) ed un po' troppo piena di latinismi.
Rimane, comunque, un libro importante per comprendere da vicino un mondo come quello dell'Italia anni Settanta, contraddistinto da un oscuro connubio tra Chiesa e DC, parecchi anni prima dell'avvento di Mani Pulite.


Consigliato a: chi ama le opere di denuncia, in cui vengono sviscerati i mali più oscuri delle istituzioni, ed a chiunque sia appassionato di gialli a carattere metafisico. 


Voto: 7/10

Gio       

domenica 26 aprile 2020

Variazioni in rosso, Rodolfo Walsh


"Conoscere Rodolfo Walsh", ha scritto Massimo Carlotto nella prefazione al volume, "è, per un lettore, un'avventura straordinaria. E questi tre racconti sono il miglior modo per entrare in sintonia con il suo universo narrativo".
Rodolfo Walsh, prima di essere un grande scrittore e giornalista, è stato senza dubbio un eroe civile: un attivista per la democrazia ed i diritti umani, capace di usare la penna come una spada e di sacrificare la propria vita nella lotta contro il regime dittatoriale di Videla.
In questo volume sono raccolti tre racconti polizieschi, in cui l'autore - per utilizzare le sue stesse parole - ha cercato di “raccontare la realtà di paesi feriti e di sogni infranti”. I titoli dei brani sono:

- L'avventura delle bozze

- Variazioni in rosso

- Assassinio a distanza

Si tratta di tre storie che hanno come protagonista Daniel Hernandez, un umile correttore di bozze che si improvvisa investigatore. Grazie all'accuratezza e alla meticolosità delle proprie osservazioni, il "detective per caso" riesce a risolvere tutti i casi in cui, volente o nolente, si ritrova coinvolto.

Walsh si inserisce, a suo modo, in quel filone di narrativa poliziesca inaugurata da Jorge Luis Borges; a differenza del predecessore, però, si allontana dal giallo a carattere metafisico, avvicinandosi piuttosto ai classici del mistery inglese di fine Ottocento/inizio Novecento: quel tipo di letteratura che si rifa, più o meno esplicitamente, all'indagine di tipo razionale. Troviamo infatti, all'interno dei racconti, elementi come piantine di case o tabelle di orari ferroviari, che riportano alla mente grandi del genere come John Dickson Carr o Ellery Queen.
E così come accade nei gialli di solida matrice classica, troviamo un poliziotto un po' sbruffone che sbaglia sempre ed il modesto correttore di bozze Daniel - uno di quei personaggi che hanno come mantra l'aspirazione alla  verità - che riesce a superarlo in acume e destrezza, risolvendo l'indagine in maniera a dir poco geniale.
I tre racconti, godibilissimi, si distinguono - oltre che per la qualità narrativa - anche per l'ottimo congegno della trama; assistiamo così, pagina dopo pagina, ad un fluido ed avvincente dipanarsi di teorie, di supposizioni e di ipotesi perfettamente mescolate che condurranno, alla fine, all'esaustiva risoluzione dell'enigma.
Certo, in alcuni casi la conclusione può forse apparire un po' ovvia ed essere intuita in anticipo dal lettore più navigato. Seguire l'analisi condotta dal brillante Hernandez, però, è sempre un qualcosa di decisamente stimolante.


Consigliato a: coloro che vogliono fare la conoscenza di uno dei più brillanti scrittori argentini del Novecento, in una delle sue brevi escursioni all'interno della letteratura gialla, ed a chiunque adori i mistery di solida matrice classica.


Voto: 7,5/10

Gio  

giovedì 23 aprile 2020

Mi sono perso in un luogo comune, Giuseppe Culicchia


Mi sono perso in un luogo comune è un libro strutturato come un dizionario che riesce a farci divertire affrontando un tema piuttosto irritante, quello del cosiddetto "luogo comune": un termine che ricomprende tutti gli stereotipi, le frasi fatte e le banalità che - con la complicità dei mass media - hanno finito con l'ammorbare la nostra quotidianità.
Un testo snello, agile e veloce, che sa essere allo stesso tempo divertente e dissacrante, arguto ed intelligente. In alcune parti vi farà sorridere a trentadue denti, in altre vi lascerà un pochino di amaro in bocca. Sì, perché l'abilità di Culicchia sta proprio in questo: nel riuscire a saltare a piè pari, nello spazio di poche righe, dalla comicità ilare e pura al sarcasmo più tagliente. 

Quest'opera può essere letta in ordine alfabetico, oppure spizzicando le definizioni qua e là. A questo punto, mi sembra utile riportarvi qualche esempio - assolutamente casuale - di ciò che troverete all'interno del volume:

- ASTROLOGHI: Ridere di coloro che vi fanno ricorso. In caso di pene d'amore o difficoltà economiche, farvi ricorso.

- CELLULA: O è staminale o è composta da terroristi

- PENSIONATI: Specie in via di estinzione. Massimi esperti di cantieri. 

- SCARICARE: Un tempo si faceva al porto, oggi lo si fa da internet o con il partner. Sostenere: "il problema sono i virus".

Ecco... ed avanti così per un paio di centinaia di pagine ripiene di gustose definizioni, talvolta assolutamente geniali altre volte meno azzeccate e sicuramente più prevedibili. 
Si tratta di un libro che può essere utile per fare qualche riflessione "semiseria" sul mondo contemporaneo, attraverso una lettura sicuramente leggera ma che non dev'essere catalogata per forza nel novero delle cose fugaci e superficiali. Un vero e proprio vocabolario dell'umana stupidità, in cui si intravedono i frutti malati di anni ed anni di pressapochismo, di dabbenaggine, di ignoranza, di conformismo e di assuefazione alle mode e alle idee dilaganti.
Mi sono perso in un luogo comune ci farà ridere di coloro che ci circondano, ma anche - e soprattutto - di noi stessi: perché è vero che, talvolta, siamo i primi ad appropriarci di termini e frasi "di rito" ed abusate... senza neppure rendercene conto. 
L'unico difetto che mi sento di sottolineare è quello che, volente o nolente, accomuna tutti i dizionari del genere: va letto a piccole dosi, qualche pagina per volta... perché la lettura in un unico continuum, sicuramente, fa sfumare un poco l’attenzione.


Consigliato a: coloro che hanno voglia di una lettura leggera e intelligente ed a chiunque desideri un libro da "spizzicare" a piccoli ma sapidi bocconi.


Voto: 7/10


martedì 21 aprile 2020

I cerchi nell'acqua, Alessandro Robecchi



Scordatevi Carlo Monterossi... almeno per questa volta. O, meglio, accontentatevi di vedere il brillante ideatore di trasmissioni televisive in una posizione piuttosto defilata, intento ad ascoltare la lunga confessione del sovrintendente Tarcisio Ghezzi che fa da spina dorsale all'intero romanzo.
Sembra strano ma, pur lasciando un po' in disparte il protagonista dei precedenti romanzi, Robecchi riesce a tirare fuori dal cilindro, come uno scafato prestigiatore, quello che probabilmente è il miglior libro della sua carriera in ambito noir.  

Questa volta sono Ghezzi e Carella ad essere al centro della scena: due sbirri che i lettori di Robecchi conoscono alla perfezione e che sono alle prese con due casi che non rientrano nei normali parametri di un commissariato che si rispetti.
Ghezzi è alla ricerca di un certo Salina, un esperto scassinatore che aveva già arrestato tanti anni prima, e che è sparito dalla circolazione dopo aver lasciato un allarmante messaggio alla sua compagna. Carella, pur risultando ufficialmente in ferie, sta cercando di infiltrarsi negli ambienti della criminalità cittadina, puntando forte in bische clandestine e girando in lungo e in largo su una Maserati fiammante. 
Due storie parallele che poco sembrano avere in comune. Due poliziotti estremamente diversi: l'impulsivo Carella e il più tranquillo e serafico Ghezzi. Due vicende nere che, inevitabilmente, finiranno per ricongiungersi fino all'inaspettato e sorprendente finale.

La Milano della mala di Scerbanenco, livida e cupa, losca ed abbandonata, è il teatro ideale in cui si svolge questa vicenda avvincente ed intricata, in puro stile hard-boiled. La Milano dei tempi nuovi, metropoli in precario equilibrio tra un passato "da bere" ed un presente tutto da inventare, si trasforma in una sorta di zoo cupo e feroce in cui ha luogo l'atavico scontro tra belve fameliche e prede inermi.
Robecchi possiede un'invidiabile senso del ritmo, uno stile diretto ed elegante e delle capacità narrative per nulla comuni. Anche stavolta ci regala un poliziesco intenso e brillante, pieno di azione, di personaggi che vivono al margine, di struggente malinconia.
La trama, originale e serratissima, è impreziosita dalle giuste dosi di ironia; nonostante racconti un ambiente terribile ed ostile come quello della malavita, riesce a mantenere il giusto distacco e a far confluire il riconosciuto sense of humour robecchiano all'interno di eventi drammatici e pieni di pathos.
L'approfondimento dei personaggi è notevole; il realismo della narrazione è davvero convincente e ci fa riflettere a fondo sul  fenomeno che, argutamente, dà il titolo all'opera: è vero che i sassi gettati nell'acqua producono cerchi, così come le nostre azioni si allargano ed amplificano fino a toccare/ contaminare/ stravolgere le vite degli altri.


Consigliato a: coloro che amano il noir italiano ai massimi livelli, ideato da uno degli ultimi veri seguaci del grande Giorgio Scerbanenco, ed a chiunque apprezzi le vicende nere intrise di humour e profonda malinconia.


Voto: 8/10

Gio    





venerdì 17 aprile 2020

L'insostenibile leggerezza dell'essere, Milan Kundera


Un romanzo che ha fatto epoca. Un titolo enigmatico, dalla cadenza lieve e suadente come quella di una sinfonia musicale, che è entrato a far parte del linguaggio comune. Un libro che, attraverso i drammi dei suoi protagonisti, riesce a raccontare la storia di esistenze in cui anima e corpo sembrano quasi entità antitetiche e divergenti.
Questo - e forse molto di più - rappresenta L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera, una delle opere cardine degli anni Ottanta del secolo scorso.

La vicenda si svolge nel periodo compreso tra la Primavera di Praga e la successiva invasione da parte delle truppe corazzate sovietiche. I personaggi centrali del romanzo sono due coppie di innamorati: Tomas e Tereza; Sabina e Franz.
Tomas e Teresa sono due persone molto particolari: nonostante l'amore che li lega, il loro rapporto è costantemente disturbato dall'infedeltà dell'uomo e dai problemi della donna che, pur cercando di comprendere la vacuità dei suoi tradimenti, è spesso vittima di depressione ed incubi.
La seconda coppia è formata da Sabina, una pittrice ceca (ex amante di Tomas) incapace di rispettare i principi morali, e dallo svizzero Franz, professore universitario e giornalista anarchico, lontano dall'assumere con fermezza un preciso punto di vista politico o esistenziale.
Seguiremo le loro esistenze, fragili e irrequiete, ferventi e sincere, sullo sfondo di quella rivoluzione - dolce, inattesa e generatrice di sogni di speranza ed indipendenza - destinata ad essere spazzata via dalla potenza incontrastabile del moloch sovietico.

Si tratta di un romanzo-saggio pieno di  excursus storico-politici e di dissertazioni filosofiche di grande spessore. Il volume va affrontato con molta cautela: la trama non rispetta affatto l'unità di azione, che viene costantemente infranta per essere sostituita da altre meno evidenti "convergenze" letterarie: quelle dei temi affrontati, dei personaggi comuni e dei motivi ricorrenti nelle singole parti del libro.
Capitoli a carattere quasi saggistico si alternano - talvolta un po' troppo bruscamente - ad altri a carattere quasi essenzialmente narrativo, in un flusso in cui si intersecano vicende di vita e di morte, di amore e di tradimento, di filosofia e di guerra.
Attraverso le storie dei quattro protagonisti - di cui descrive magistralmente l'animo, sviscerandone fino in fondo i sentimenti - Kundera ci spinge a riflettere su questioni assai rilevanti: l'infedeltà, la paura dell’abbandono, le mancate corrispondenze, gli errori, le cadute. La verità - crudele e spietata - viene raccontata in maniera dolorosa in ossequio ad una  psicologia dei personaggi talmente reale da spingerci, talvolta, a condividere l'essenza del loro pensiero.
L'unico dubbio che osiamo porci riguarda il fatto se questo libro sia invecchiato bene - e sia quindi destinato, prima o poi, ad entrare nell'Olimpo dei classici senza tempo - o se risulti un pochino datato nell'impianto e nei messaggi che intende trasmettere. Al momento, però, non siamo in grado di rispondere al quesito: sarà la storia a fornire il definitivo responso.


Consigliato a: coloro che vogliono (ri)scoprire un classico moderno, in cui l'elemento narrativo e quello filosofico vanno spesso a braccetto, ed a chiunque desideri affrontare da vicino le vicende di intellettuali ed artisti nel corso della Primavera di Praga: un vero simbolo di rinascita e cambiamento al di là della cortina di ferro, crudelmente stroncato dalla dittatura sovietica. 


Voto: 7,5/10 
   


giovedì 16 aprile 2020

Mercato nero, Gian Mauro Costa






Fino a qualche anno fa, all'interno del giallo/noir di casa nostra, non erano molte le investigatrici del gentil sesso. A tal proposito, ricordo con piacere la Grazia Negro di Carlo Lucarelli, la Camilla Cagliostri di Giuseppe Pederiali... e poche altre. Negli ultimi tempi, però, pare che le cose stiano finalmente cambiando: un discreto numero di poliziotte - decise, affascinanti ed intuitive - si sta pian piano affacciando alla ribalta di questo variegato mondo.   
In Mercato nero ritroviamo la giovane ed attraente palermitana Angela Mazzola, già comparsa in Stella o croce (2018): un'ambiziosa  e curiosa agente della squadra Antirapine che, questa volta, viene distaccata alla Sezione omicidi.

Il compito di Angela è quello di infiltrarsi a Ballarò - il mercato di Palermo - per cercare di carpire qualche indizio relativo ad un omicidio avvenuto qualche giorno prima: quello di Ernesto Altavilla, discendente di una ricca famiglia borghese, ucciso da ciò che sembrerebbe essere un proiettile vagante. 
La poliziotta entra sin da subito in contatto con un giovane nigeriano di nome Jamal. Questo sarà il punto di partenza di un'indagine che la condurrà a poco a poco all'interno dei meandri più segreti del quartiere, là dove ristagnano sfruttamento, dolore e criminalità. 
L’investigazione, successivamente, si sposterà nelle zone della cosiddetta "Palermo bene", fino ad arrivare a toccare la stessa famiglia Altavilla, che non molto tempo prima era stata vittima di un ingente furto di opere d’arte.

Sono varie le tematiche che fanno da sfondo al noir di Costa: l’immigrazione, lo sfruttamento degli immigrati, i nuovi e vecchi modelli di criminalità organizzata. Al centro di tutto, però, resta sempre Palermo: città torbida e fascinosa, subdola ed accogliente, popolare e multietnica. Una Palermo descritta in maniera realistica, con i suoi palazzi ed i suoi quartieri; una città che di giorno è un enorme mercato a cielo aperto, ma che col calare delle tenebre diventa il teatro di una sbandata ma provocante vita notturna.
La trama è scorrevole, ben congegnata, quasi integralmente giocata sulla figura della protagonista: una donna forte, caparbia e seducente, che è in grado di affascinare tutti i lettori. La descrizione di luoghi ed ambienti è notevole: sembra quasi, in alcune situazioni, di trovarsi catapultati nel capoluogo siciliano; di sentire col nostro naso i medesimi odori, sapori e  profumi percepiti dai vari personaggi.
Il finale, forse, è un po' troppo rapido e sbrigativo. Poco male: Mercato nero non è solamente un giallo "usa e getta" come tanti, ma uno spaccato di vita reale all'interno di una metropoli che vive un momento di difficile transizione. Soprattutto per quel che concerne la geografia urbana e sociale.     


Consigliato a: coloro che amano i gialli all'italiana, ricchi di ironia e con un'ottima caratterizzazione sociale, ed a chiunque ami perdersi nei luoghi e nei profumi di una città meravigliosa (sì, perché Palermo lo è... fidatevi!)


Voto: 7/10


lunedì 13 aprile 2020

L'animale morente, Philip Roth


L'animale morente, probabilmente, non verrà ricordato come il miglior lavoro di Philip Roth. Al di là di tutto, si tratta di una storia estremamente coinvolgente, che ha come protagonista una sorta di alter ego dello scrittore, David Kapesh (già comparso in due opere precedenti), che si rivolge all'uditorio dei lettori con un lungo monologo: si passa così, nello spazio di poche pagine, dal divertente al grottesco, dall'erotico al toccante. Sono davvero pochi gli scrittori che sanno essere "brutalmente onesti" su se stessi e sul mondo che li circonda; Roth, in questo caso, dimostra un acume ed una capacità di indagare la psicologia del personaggio davvero inarrivabile.

Il professor David Kepesh, per lunghi anni, ha tenuto fede al suo giuramento di non avere mai una relazione fissa con una donna. Un giorno, però, incontra la ventiquattrenne di origine cubana Consuela Castillo: una ragazza di una bellezza esplosiva e conturbante, per il cui seno - un feticcio già sviluppato in altri romanzi - l'anziano docente subisce un'irresistibile attrazione.
Consuelo finirà con lo stravolgere completamente la vita di David, senza che lui abbia la possibilità di sfuggirle. L'uomo si troverà così ingabbiato, senza volerlo, in una situazione inaspettata, trascinato da una forza ingovernabile che mai aveva percepito prima di allora.

Sinceramente, ho preferito il Roth di altri romanzi più dialettici e ad ad ampio respiro,che ho trovato certamente meno frammentari e più articolati nel flusso narrativo (ad esempio Ho sposato un comunista o La macchia umana). Invece, se devo far riferimento al Roth che parla di "sesso", è innegabile che Lamento di Portnoy e Il teatro di Sabbath abbiano uno spessore superiore a questo racconto breve che, seppur profondo e meditativo, risulta troppo rapido nell'esposizione.
Appare comunque evidente come Roth abbia deciso di abbandonare il "postmodernismo" dei romanzi che avevano come figura narrante l'uomo di mezza età Nathan Zuckerman e si sia indirizzato verso le riflessioni più intime di un uomo sicuramente più anziano, che vive in maniera difficile i suoi dubbi, le sue ossessioni e la sua angoscia.
Roth costruisce un'articolata analisi sul desiderio e sulla mortalità, pregna di ottime riflessioni sull'identità individuale e sessuale, sull'elaborazione del lutto e sull'amicizia. Di assoluto rilievo è una lunga e ponderata riflessione sulla rivoluzione sessuale americana degli anni sessanta  e sui cambiamenti apportati nel costume e nei modi di vivere.
E quando si arriva all'ultima pagina, si capisce di aver letto un libro capace, come pochi altri, di percuotere e colpire duro, lasciando nel lettore un filo di turbamento.


Consigliato a: coloro che apprezzano le profonde riflessioni sull'individuo, accompagnate da un'encomiabile analisi psicologica, ed a chiunque ami i lunghi monologhi che riescono a farci percepire le ossessioni, i vizi e i desideri insiti nell'umana costituzione.


Voto: 7,5/10  




venerdì 10 aprile 2020

L'inverno più nero, Carlo Lucarelli


Il Commissario De Luca è sicuramente uno dei personaggi più amati del giallo italiano. A trent'anni di distanza dal suo debutto - avvenuto nel lontano 1990 con Carta bianca - il poliziotto di stanza a Bologna continua ad essere protagonista di vicende interessanti, in cui si mescolano perfettamente la fiction ed il resoconto storico.
L'inverno più nero (sesto libro della serie) è quello che sta vivendo la Bologna del dicembre dl 1944: una città stravolta ed offesa dalle bombe alleate, in cui imperano il freddo, la fame e la paura e dove i torturatori nazi-fascisti agiscono impunemente negli ultimi giorni del regime.

De Luca, ormai inquadrato nella polizia politica, non ha certo il tempo di rilassarsi. Nella Sperrzone - il centro-città, sorvegliato dall'esercito ed in cui si sono rifugiati migliaia di sfollati - vengono rinvenuti tre cadaveri. Si tratta di omicidi diversi, apparentemente slegati l'uno dall'altro, che apriranno differenti filoni investigativi. Da quel momento in avanti, il nostro Commissario sarà costretto a indagare per conto di tre diversi committenti, i cui interessi non risultano per nulla compatibili.

A Carlo Lucarelli piacciono le tonalità "scure", su questo non c'è dubbio. Fosche e tenebrose, pertanto, sono le vicende e, soprattutto, l'ambientazione del romanzo: una città allo stremo delle forze in cui l'inverno atmosferico si modella metaforicamente su quello dell'animo umano.
La ricostruzione di un momento cruciale della nostra storia è notevole, frutto di accurate ricerche e di un lavoro d'archivio certosino. Forse, la trama poliziesca non è il punto forte dell'opera: De Luca viaggia parecchio d’istinto e di logica e, talvolta, le modalità con cui giunge alle sue conclusioni non convincono del tutto.
Si tratta comunque di un buon giallo storico, ben scritto e con descrizioni della città bombardata talmente accurate che pare, talvolta, di ritrovarsi lì sul posto.
I personaggi sono forse un po' troppi; al di là di tutto sono ben costruiti ed ottimamente caratterizzati.
Una tiratina d'orecchie a chi si è occupato dell'editing: i ripetuti refusi, trattandosi di Einaudi (un colosso dell'editoria nazionale), sono risultati davvero inaspettati.


Consigliato a: tutti gli appassionati di gialli ad ambientazione storica ed a chi vuole dare un'occhiata da vicino alla Bologna lacerata ed offesa degli ultimi giorni del Regime Fascista.


Voto: 7/10


mercoledì 8 aprile 2020

Burned Children of America


Partiamo subito dicendo che Burned Children of America è una creazione originale della casa editrice nostrana Minimum Fax (uscita per la prima volta nel 2001, ma in seguito rieditata). Non si tratta, come sarebbe facile pensare, della traduzione di un'antologia già esistente ma di un progetto tutto italiano - a cura di Martina Testa e Marco Cassini - che raccoglie diciotto racconti inediti (alcuni dei quali persino in USA) di alcuni dei più interessanti scrittori americani under 40; una "nidiata" di autori che rappresenta in tutto e per tutto il disagio esistenziale dei "figli bruciati d’America".

Alcuni dei narratori sono arcinoti al pubblico italiano: basta citare i nomi di Dave Eggers, Jeffrey Eugenides, Jonatham Lethem e David Foster Wallace. Altri, invece, non erano mai stati pubblicati nel nostro paese. Pertanto, l'obiettivo della raccolta sarebbe quello di proporli ai lettori sotto forma di "aperitivo", in vista di ulteriori mosse editoriali. 
I due curatori hanno effettuato una maniacale ricerca, durata più di un anno, reperendo i racconti in mezzo ad un oceano di libri, riviste, antologie e recensioni, attingendo talvolta ai suggerimenti delle case editrici o degli autori stessi. 
Che cosa ne è venuto fuori? Difficile spiegarlo in poche parole...

Questi racconti brevi, innanzi tutto, rappresentano un originale spaccato dell'America contemporanea: allucinante, eccessiva e stralunata. 
In mezzo a tanti autori, estremamente differenti l'uno dall'altro, è davvero difficile trovare un "filo rosso" che ci guidi come una bussola attraverso le varie vicende. Si potrebbe eventualmente pensare a quel “punto di vista yankee" che include un profondo disagio esistenziale (oltre che socio-politico); credo però che l'elemento comune sia il "surrealismo" di fondo, che pervade ogni singola storia diventandone l'aspetto di maggior risalto. 
Alcuni dei testi sono davvero notevoli, ricchi di humour, brevi ed asciutti come drammi racchiusi in sé stessi; altri, francamente, giungono talmente all'estremo del surrealismo da risultare indigesti ed irritanti. 
Se dovessi scegliere, metterei i racconti di Aimee Bender (Il protagonista), di Judy Budnitz (I giorni del cane), di A.M. Homes (Una vera bambola), di Julia Slavin (Odontofilia) e di Jonatham Lethem (Videoappartamento) tra i più riusciti; d'altro canto, boccerei senza possibilità di appello alcune cosacce che mi sono parse imbarazzanti (sono buono... non farò i nomi!) 
Al di là dei miei gusti personali, pur non avendone disprezzato la lettura, ritengo questa antologia piuttosto disomogenea: il fatto che ogni autore abbia puntato, soprattutto, a "colpire duro" con trovate tese a sollecitare l'umano stupore è un po' la palla al piede del progetto. Dopo un po', il rapido e continuo alternarsi di vicende al limite dell'assurdo diventa decisamente stucchevole e allappa il gusto del lettore come quello di un frutto troppo acerbo. 


Consigliato a: chiunque voglia farsi un'idea della nuova letteratura d'oltreoceano ed a coloro che vogliono ripercorrere i "primi passi" di autori d'eccezione come Eggers o Foster Wallace.


Voto: 6/10 (media tra l'8 di alcuni racconti e il 4 di altri!)



         

lunedì 6 aprile 2020

Trappola per volpi, Fabrizio Silei



Fabrizio Silei, fiorentino classe '67, ha alle spalle un'ottima carriera di autore di albi e racconti per ragazzi. Trappola per volpi, romanzo ambientato nell'Italia Fascista, segna pertanto il suo esordio ufficiale nella letteratura gialla. Purtroppo i risultati - a parere dello scrivente - non sono stati pari alle aspettative. Ma andiamo con ordine partendo, come di consueto, da un rapido riassunto del plot. 

Siamo nel luglio del 1936. Il giovane vicecommissario Vitaliano Draghi si trova ad indagare su un cruento delitto: il corpo di una donna con il cranio sfondato è stato rinvenuto nei pressi di un vespasiano. I suoi superiori sono momentaneamente lontani da Firenze e questo, per Vitaliano, rappresenta quindi il primo vero caso della sua breve carriera all'interno delle forze dell'ordine. A complicare le cose, sopraggiunge la notizia che la vittima non è una donna qualunque: si tratta della moglie del senatore Bistacchi, uomo molto vicino al Duce.
Il giovane poliziotto si rende immediatamente conto di aver bisogno di aiuto. Decide quindi di rivolgersi a Pietro Bensi, che fa il contadino nella fattoria in cui è cresciuto, e che nel corso degli anni ha instillato in Vitaliano la passione per gli enigmi. 

Sono numerosi i gialli, pubblicati negli ultimi anni, che hanno avuto come ambientazione l'Italia del ventennio fascista: basti pensare, per fare qualche nome, alla serie di Carlo Lucarelli col commissario De Luca, a quella di Maurizio De Giovanni col commissario Ricciardi e a quella di Leonardo Gori col Capitano (in seguito Colonnello) Arcieri. Purtroppo, Fabrizio Silei rimane parecchio distante dai predecessori e, nel suo incerto ondeggiare tra dramma e commedia, non riesce a rendere la sua storia interessante al punto giusto.
La trama, a dire il vero, non è affatto male: ci sarebbero tutti gli ingredienti di base per farla funzionare (tra cui, ovviamente, l'indebita ingerenza sulle indagini dell'onnipresente potere fascista). Però - perché c'è sempre un però - la narrazione è palesemente tirata per le lunghe, le ripetizioni si accumulano ed il fatto che ci siano tre differenti finali non giova sicuramente all'impianto narrativo. E poi, a cosa servono le cinquanta pagine conclusive, che giungono dopo la scoperta del colpevole? Roba da far rabbrividire i cultori della letteratura gialla! 
I personaggi, inoltre, non risultano per niente credibili. Vitaliano è un bamboccio che trascorre gran parte del tempo a rosicchiare semini di zucca per smettere di fumare e svolge l'attività di poliziotto in maniera quasi hobbystica. Bensi è un'improbabile contadino/detective dalle intuizioni talmente incredibili (e spesso per niente plausibili) da far rivoltare nella tomba i maestri del giallo vittoriano.
Che dire d'altro? Spero che questo sia stato, per Silei, solamente un incidente di percorso. Di sicuro, se vuole proseguire la strada di narratore in ambito giallo/noir, dovrà trovare trame più consistenti e argomenti più convincenti.


Consigliato a: coloro che amano i gialli con sfondo storico ed a chiunque si lasci catturare dall'ambientazione in un'Italia lontana nel tempo ma ancora capace di trasmettere vividi ricordi.


Voto: 5/10










giovedì 2 aprile 2020

Il ponte sulla Drina, Ivo Andrić


Si parla troppo poco di Ivo Andrić, uno degli scrittori europei più importanti del ventesimo secolo, che nel 1961 fu premiato col Nobel per la Letteratura "per la forza epica con la quale ha tracciato temi e descritto destini umani tratti dalla storia del proprio Paese".

Il Ponte sulla Drina, oltre ad essere il suo romanzo più celebre, è considerato come uno dei libri più importanti per la comprensione della storia dei Balcani; una storia che è stata terreno di incontro ma, spesso, anche di scontro.
L'autore di origine bosniaca ha svolto la sua narrazione su un arco temporale che abbraccia diversi secoli: la trama, infatti, affronta il vastissimo periodo compreso tra l'inizio del XVI secolo e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Il vero protagonista del romanzo è il ponte situato nella cittadina di Višegrad (al confine tra Bosnia Erzegovina e Serbia), edificato dal politico e generale ottomano di origini bosniache Mehmed Paša Sokolović, in una delle zone più magmatiche della storia continentale in quanto abitata da popoli di etnie e fedi diverse: cristiani - sia ortodossi sia cattolici -, musulmani ed ebrei.
Il testo, più che parlare delle vicende di un singolo protagonista, narra in realtà la storia di un’intera cittadina. Attingendo ad una serie di racconti, aneddoti, miti e credenze legati alla figura del ponte, Andrić riesce a ripercorrere passo dopo passo la storia di Višegrad e della stessa Bosnia: un'area geografica ubicata al confine tra l'Impero ottomano e l'Europa; una lingua di terra che rappresenta quasi una linea di demarcazione tra la cultura orientale con fede musulmana e la cultura occidentale di religione cristiana.

Si tratta di un libro talmente ricco che diventa quasi impossibile riassumerlo in una manciata di righe; pur essendo avvincente come un bel romanzo, riesce nel contempo a trasmettere una serie di importanti informazioni storiche che ci fanno capire fino in fondo le particolarità di quel vasto e tormentato territorio.
Facendo leva su una prosa lenta e pacata, tipica del racconto storico, Andrić ha disegnato un potente affresco in cui viene descritta a fondo la quotidianità della vita sul ponte ed i suoi dintorni, lasciando di tanto in tanto spazio alle individualità: tra le numerose vicende, rimangono sicuramente impresse quelle della giovane musulmana Fata, del brigante Jakov Čekrlija e della seducente albergatrice Lotika.
Risulta particolarmente interessante la capacità dell'autore di miscelare, all'interno del flusso narrativo, aspetti societari e psicologia individuale, spostando costantemente l’attenzione dalla realtà interna a quella più esterna.
Il tutto è raccontato con un afflato orientaleggiante - soprattutto per ciò che concerne le colorate e suadenti descrizioni della vita sul ponte (tra caffè, pipe e la continua terminologia turca utilizzata) - che fa pensare subito alle atmosfere delle mille e una notte.


Consigliato a: coloro che vogliono recuperare un capolavoro del Novecento di cui non si parla molto spesso ed a chiunque apprezzi i romanzi storici che innestano vicende individuali più o meno fantasiose su uno sfondo solido e fondato.


Voto: 8/10