venerdì 14 dicembre 2018

Il figlio del dio del tuono, Arto Paasilinna



Questo è stato il mio settimo Paasilinna e, come prevedibile, non sono rimasto deluso. I libri dello scrittore finlandese, recentemente scomparso, sanno essere allo stesso tempo divertenti e riflessivi, riuscendo nell’intento di descrivere il mondo contemporaneo – principalmente quello finlandese - con uno stile pieno di humour.
Non è un caso che sia stato scelto come prima lettura condivisa del nascente GdL di Domodossola, fornendo differenti punti di vista che sono stati sviscerati nel corso della successiva discussione.

Il punto di partenza, una volta tanto, è legato ad un elemento soprannaturale. Nell’incipit, infatti, gli dei dell'Olimpo si riuniscono per cercare di dare una scossa ad una situazione che si è fatta insostenibile: la "nuova religione" ha preso il sopravvento e loro rischiano l'estinzione. Per risolvere il problema, scelgono di inviare sulla terra Rutja – il figlio del dio del tuono – affinché dia un contributo per far risorgere l’antico culto nordico. Il giovane dio, dopo aver scambiato il proprio corpo con quello di Sampsa Ronkainen - antiquario ed agricoltore, succube della sorella e della commessa del suo negozio - si mette in azione per portare a compimento la missione che gli è stata assegnata. Cominciano così le avventure di questo nuovo "messia" e dei personaggi che gli stanno attorno, che si svolgono all'insegna della comicità più sfrenata.

Il figlio del dio del tuono è un romanzo leggero solo in apparenza: dietro la patina di umorismo possiede una “cattiveria” insolita, che non può essere rilevata da uno sguardo superficiale e distratto. Paasilinna, come di consueto, allieta il lettore con trovate rocambolesche e con un umorismo irriverente, facendo emergere fino in fondo le contraddizioni della società contemporanea.
Il tema è senz’altro originale, ma la prosa dell’ex guardaboschi è meno travolgente del solito. Anche se sa essere a tratti irresistibile ed esilarante, l’autore sembra talvolta perdere la bussola del racconto, lasciandosi un po’ prendere la mano dalle originali peripezie dei suoi protagonisti.
È comunque da apprezzare l’aver saputo affrontare in maniera dissacrante un tema scottante come quello della religione, partendo da uno sfondo fantasy per arrivare a considerazioni niente affatto banali sull’umana esistenza.


Consigliato a: chi ama la satira della società contemporanea ed a chiunque sia in cerca di letture che, sotto la vernice della leggerezza, facciano emergere un’analisi attenta ed accurata del mondo moderno.  


Voto: 7-/10



giovedì 13 dicembre 2018

L’ultimo arrivato, Marco Balzano


Siamo nel 1959. Un bambino di appena nove anni, Ninetto, parte dalla natia Sicilia e giunge a Milano in cerca di lavoro. In breve diventa garzone di una tintoria, trovandosi improvvisamente immerso in una metropoli estranea e insincera, in cui la ricerca di lavoro ed il desiderio di accumulare denaro sono le uniche cose importanti. 
Marco Balzano ci racconta una storia di emigrazione ed emarginazione sociale, con un’esposizione diretta e per niente retorica: le emozioni forti suscitate dalla narrazione si innestano nel tessuto urbano di una città in continua evoluzione, in cui il piccolo protagonista si sente un po’ “straniero” come nel libro di Camus (citato più volte nel corso del racconto).
 
La storia non è originalissima: l’abbiamo già incrociata un sacco di volte, leggendo libri, guardando film e l’abbiamo persino ascoltata in “presa diretta”, dalla bocca di qualcuno che emigrante dal sud lo è stato per davvero.
Il punto di forza del racconto sta principalmente nella figura di Ninetto: il piccolo protagonista è un personaggio indimenticabile: tenero, spontaneo, pieno di ingenuità e freschezza, viene descritto dall’autore con grande cura e sensibilità.
La vicenda narrata costituisce in realtà un lunghissimo flash-back. Un Ninetto ormai invecchiato, appena uscito dal carcere, prova a rimettere insieme i cocci della propria esistenza, cercando di recuperare il rapporto con la figlia ma, soprattutto, con la nipote che non ha mai incontrato. La Milano contemporanea, però, non è più quella di un tempo: le vecchie fabbriche hanno chiuso per sempre i battenti, sostituite da grattacieli e palazzi moderni, ed i fatiscenti edifici in cui Ninetto risiedeva assieme a calabresi e abruzzesi sono ora occupati da arabi ed egiziani.

Il romanzo è utile per affrontare e comprendere i drammi personali e familiari di coloro che sono stati “emigranti”: le umane debolezze, l’importanza di farsi una cultura, il desiderio mai sopito di raccontare queste storie di privazione e sacrifici a figli e nipoti.
La narrazione, però, non sempre è all’altezza: momenti efficaci e trascinanti si alternano a fasi di stanca e di tedio, rendendo un po’ complicata la lettura.
Alla fine dei conti, si tratta di un libro discreto… ma premiarlo con il Campiello, a mio personalissimo parere, è stato un poco eccessivo.


Consigliato: a coloro che vogliono farsi un'idea del romanzo italiano contemporaneo, attraverso l'opera di uno dei suoi autori più lodati dalla critica, ed a chiunque ami le vicende che trattano temi come diversità, emarginazione e immigrazione. 


Voto: 6,5/10