Da
qualche tempo, nel nostro paese, si sta facendo strada un tipo di letteratura tutta
“al femminile”: un modello narrativo che si concentra su piccole storie –
spesso attinenti a vicende famigliari – ed adopera uno stile da scuola di
scrittura creativa non scevro da qualche inflessione intellettualistica. Le
varie Ciabatti, Postorino e Terranova sembrano seguire il medesimo percorso: quello
di voler raccontare la quotidianità attingendo alle fonti del minimalismo,
dedicandosi a disegnare un’intera gamma di evoluzioni psicologiche che nuotano
attorno ad un trascurabile nucleo originario.
Purtroppo, tale procedimento a lungo andare finisce per mostrare la corda e questo
romanzo di Nadia Terranova ne è l’ennesima conferma…
Ma
procediamo per ordine, partendo dalla trama.
Ida
è un'autrice radiofonica messinese trapiantata a Roma. Sollecitata dalla madre,
che sta ristrutturando l'appartamento di famiglia con l’intenzione di metterlo
in vendita, decide di rientrare dopo lungo tempo nella città siciliana in cui è
nata e cresciuta. Il ritorno alle origini la costringerà a fare i conti con un
trauma che ha segnato il corso della sua adolescenza: ventitré anni prima,
quando era ancora ragazzina, il padre se n’era andato di casa e non si era più
fatto vivo.
Ida
si troverà così ad affrontare i fantasmi che hanno condizionato tutta la sua esistenza;
nel corso della breve permanenza sull’isola cercherà quindi di trovare il modo di liberarsi
da ricordi dolorosi e ingombranti.
L’idea
di partenza poteva anche essere buona. Il ritorno alla terra d'origine, la ricerca
nella propria interiorità, la riscoperta
di un'assenza che ha influenzato l'adolescenza della protagonista erano ottimi
spunti per costruire un romanzo degno di nota: un'elegia del dolore e del suo superamento attraverso un percorso di crescita personale.
La
storia, invece, non funziona assolutamente e finisce con girare a vuoto,
incartandosi su se stessa. Pagine e pagine che mostrano la protagonista fastidiosamente
reclinata sul proprio ego, intenta a spaccare il capello in quattro, sono difficilmente sopportabili: specialmente se vengono
accompagnate da un profluvio di parole che non conducono da nessuna parte. Anche la soluzione del problema non sembra di prima mano: che all'interno della nostra esistenza alcune cose siano da salvare ed altre assolutamente da scartare appare ovvio ai più, oltre che costituire una morale abbastanza scontata.
Ed alla fine, piuttosto che al racconto di una “mancanza”, assisteremo al dipanarsi di una vera e propria ossessione, con la noia pronta a fare capolino ad ogni paragrafo.
Ed alla fine, piuttosto che al racconto di una “mancanza”, assisteremo al dipanarsi di una vera e propria ossessione, con la noia pronta a fare capolino ad ogni paragrafo.
N.B. Il fatto che questo libro faccia parte della cinquina finalista dello Strega mi lascia sinceramente allibito. Ma si tratta di un commento del tutto personale…
Consigliato a:
coloro che vogliono approfondire le tematiche predilette dai giurati dello
Strega ed a chiunque ami le storie famigliari con nitida impronta minimalista.
Voto: 4,5/10
Il racconto è davvero minimalista, la trama quasi inesistente. Ma la profondità delle riflessioni e lo stile ricercato mi hanno avvolta completamente. Il messaggio contenuto nel finale mi ha rubato il sonno per un paio di notti. Io, figlia di padre suicida alla stessa età della protagonista del libro, non potevo lasciarmi scivolare il suo dolore e le considerazioni su come la sua vita sia cambiata dal quel momento. Bello il finale per quello che mi ha passato l'incontro con la sua amica d'infanzia e col ragazzo che le affida per sempre, irreversibilmente, il peso del suo senso di colpa. Raramente mi faccio rapire da un libro come è successo con questo. Ne consiglio la lettura a chi ha voglia di emozionarsi. voto 9/10 Ivana D.
RispondiElimina