mercoledì 2 settembre 2020

Il fattore umano, Graham Greene


Molto spesso la letteratura di genere viene catalogata come “di serie B”. Si tratta di un'asserzione del tutto errata - oltreché presuntuosa - in quanto ci sono opere che, pur essendo inserite all'interno di un "genere", riescono a penetrarlo/stravolgerlo/rielaborarlo per comunicare al pubblico idee, approcci e valutazioni niente affatto comuni. 
Questo è proprio il caso di Il fattore umano, l'ultima spy-story scritta da Graham Greene (1978): una vicenda pessimista e avvincente, ambientata in piena Guerra Fredda, in cui l'autore - attingendo all'esperienza maturata all'interno del controspionaggio britannico - riesce a comunicare ai lettori che cosa volesse veramente dire lavorare per l'Agenzia.

Maurice Castle, anziano e stimato agente segreto, svolge un lavoro piuttosto monotono nella sede dell'MI6. La sua esistenza procede in maniera tranquilla: ha una moglie, un figlio, un cane e si reca al lavoro in treno. Castle ha conosciuto la consorte - una donna di colore - in Africa e, per salvarla dall'arresto, si è impegnato a fornire ai servizi segreti sovietici delle informazioni sulle operazioni britanniche in quei luoghi. 
I servizi, indagando sulla fuga di notizie, giungono però ad identificare un colpevole sbagliato: il collega di Castle, Arthur Davis, il quale viene repentinamente assassinato. I sospetti su Castle, però, non svaniscono del tutto: Muller, un collaboratore sudafricano dello spionaggio inglese, è pronto a rendergli la vita difficile. 

Questo romanzo, più che al classico libro di genere, somiglia a un piccolo ma esaustivo trattato sul duro mestiere di spia. Riesce infatti a indirizzare uno sguardo realistico su ciò che rappresentava la vita nell'intelligence all'epoca della cortina di ferro, facendo leva su una narrazione scevra dalla violenza e dall'irrealtà delle storie che allora andavano per la maggiore (vedi James Bond), identificando il Servizio per la Patria come un vero e proprio stile di vita. 
Risulta interessante la maniera in cui viene rappresentata l'ipocrisia delle relazioni tra Gran Bretagna e Sud Africa in epoca di Apartheid: nonostante il blocco occidentale si opponesse pubblicamente alla segregazione razziale, non si poteva lasciare che una parte rilevante del continente africano cadesse in mano al potere nero e al comunismo. 
I richiami letterari, disseminati all'interno dell'opera, fanno emergere lo spessore culturale di Graham Greene che, per l'ennesima volta, dimostra di non essere soltanto un eccellente autore di gialli ma anche uno tra i più importanti scrittori del Novecento. 
Probabilmente la prosa di Greene non è invecchiata benissimo: col suo afflato british e le sue ampollosità, talvolta, perde un pochino di mordente. Al di là di tutto, Il fattore umano è un libro importante, che vale la pena di leggere anche ai nostri giorni e che rappresenta il canto del cigno di un mondo che, dopo la caduta del Muro di Berlino, non sarà mai più lo stesso. 


Consigliato a: coloro che amano le spy-story ben congegnate e realisticamente fondate a a chiunque voglia farsi un'idea dei servizi segreti negli ultimi anni della Guerra Fredda. 


Voto: 7,5/10


Gio    

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