lunedì 23 aprile 2018

Le bambine dimenticate, Sara Blædel


Sara Blædel, in Danimarca, è una vera e propria star: ha venduto nel corso degli anni oltre due milioni di copie che, su circa sei milioni di residenti, rappresentano una cifra da record.
La curiosità, di conseguenza, mi ha letteralmente imposto di acquistare questo romanzo per capire i motivi del suo successo travolgente (considerato che un danese su tre possiede un volume dell’autrice).
Se devo dire la verità, il libro non mi ha per niente esaltato: nonostante un buon inizio, la prevedibilità della trama e la scarsa caratterizzazione dei personaggi hanno progressivamente fatto scemare il mio interesse per la vicenda e, alla fine, ho terminato la lettura senza particolari entusiasmi.     

Dopo una lunga esperienza alla Omicidi, Louise Rick ha appena assunto il ruolo di capo del Dipartimento Persone Scomparse. Si trova sin da subito alle prese con un caso difficile: il rinvenimento in mezzo ad un bosco del cadavere di una donna. Viste le difficoltà di identificazione, Louise decide di rendere pubblica la fotografia della vittima. Viene così a sapere che si tratta di Lisemette, una “bambina dimenticata”, che parecchi anni prima era stata rinchiusa in un centro di salute mentale. La poliziotta, però, ben presto scoprirà una verità ancora più terrificante: la donna aveva una gemella ed entrambe, una trentina di anni prima, erano state dichiarate morte...

Ho trovato Le bambine dimenticate piuttosto banale. Nonostante l’ottima partenza, in cui c’erano tutti i presupposti per un buon thriller, la trama si perde ben presto per strada, adagiandosi in uno svolgimento semplicistico e scontato. I personaggi sono di cartapesta: mancano di spessore e non riescono a catturare l’attenzione di lettori che, dopo l’invasione di thriller scandinavi, necessitano di qualcosa di più solido e convincente del solito plot a sfondo macabro. Inoltre, i rimandi tra presente e passato non sempre filano lisci, risultando eccessivamente meccanici e forzati.
Non so se il problema di fondo sia legato al proliferare di scrittrici nordiche, che hanno la tendenza a riproporre il medesimo stereotipato personaggio – donna forte in apparenza, vulnerabile internamente, in lotta col maschilismo dominante – ma la Louis Rick della Blædel lascia uno sgradevole senso di deja-vu e non invoglia sicuramente a proseguire la serie.


Consigliato a: tutti gli amanti del thriller nordico, per fare la conoscenza di quella che è considerata - a torto o a ragione - la regina del giallo danese.


Voto: 5,5/10 



venerdì 20 aprile 2018

Sellerio: quando il Giallo diventa Blu


C’era una volta una piccola casa editrice.
Fondata alla fine degli anni sessanta, a Palermo, da un fotografo e da una ex funzionaria pubblica, cominciò in sordina i primi passi nel mondo dell’editoria. E così, anno dopo anno, iniziò a crescere ed a mietere i primi successi.
In un mondo editoriale in continuo movimento – in cui quotidianamente nuove case editrici nascono ed altre scompaiono – spesso caratterizzato da fusioni di grandi gruppi imprenditoriali, questa piccola realtà è riuscita non solo a sopravvivere, ma addirittura a prosperare: come una sorta di Davide in mezzo ad aggressivi Golia ha vinto alla grande la scommessa, andando al di là delle più ottimistiche previsioni.
Ora possiede una fetta importante del mercato: è entrata a far parte della top ten nazionale e – per quanto riguarda il “prodotto-romanzo” – si è saldamente insediata al quinto posto per numero di copie vendute.
Per capire il motivo di questo successo, non ci resta altro che raccontare la storia di Sellerio, ricostruendo lo straordinario percorso di crescita di una casa editrice che, da qualche anno a questa parte, è ormai sulla bocca di tutti: raro esempio di organizzazione e di oculatezza imprenditoriale. 

Il fenomeno Camilleri
Sellerio sembrava ormai avviata verso un destino “di nicchia” quando, negli anni novanta del secolo scorso, scoprì una vera e propria miniera d’oro: un regista/sceneggiatore di nome Andrea Camilleri, diventato romanziere in età piuttosto matura.
Il 1994 – data di uscita di La forma dell’acqua, primo romanzo imperniato sulla figura del commissario Montalbano – rappresenta una data cardine non solamente per la casa editrice siciliana ma anche per la letteratura gialla di casa nostra. Coniugando alla perfezione la tensione del mistery con l’umorismo tipico della commedia, Camilleri creava una nuova tipologia di romanzo, capace di ribaltare completamente le regole del mondo editoriale italiano. Le classifiche dei best sellers – che fino a quel punto erano state dominate dagli autori d’oltreoceano – subivano uno stravolgimento epocale: uno scrittore italiano, per la prima volta, risultava essere il più venduto. 


Ma Camilleri non era l’unica freccia nell'arco di Sellerio. Nello stesso periodo, la casa editrice ottenne ottimi riscontri dalla pubblicazione dei romanzi di Manuel Vázquez Montalbán, che fecero conoscere al grande pubblico lo straordinario personaggio dell’investigatore/ex agente CIA Pepe Carvalho. 

Gli autori stranieri e… un altro italiano
E così i gialli di Sellerio – che nella realtà hanno la copertina di un bel colore blu notte – cominciarono ad accaparrarsi i favori del grande pubblico, contribuendo ad ampliare a dismisura il bacino di utenza della casa editrice.
Forte del successo raggiunto, Sellerio decise quindi di puntare su alcuni scrittori stranieri di sicuro impatto. Il tentativo di creare un’alternativa al giallo/thriller nordamericano, che fino a quel momento la faceva da padrone incontrastato, portò sin da subito ad ottimi risultati: gli scrittori introdotti sul mercato nostrano ottennero un’ottima accoglienza, arrivando in breve tempo a conquistare il favore di lettori desiderosi di un prodotto di qualità.
Tra gli autori presentati in Italia negli ultimi anni, vanno sicuramente menzionati la spagnola Alicia Giménez Bartlett, il britannico Colin Dexter e la coppia (anche nella vita) svedese composta da Maj Sjöwall e Per Wahlöö.


Nello stesso periodo, la casa editrice scopriva un altro scrittore italiano di talento: l’ex magistrato Gianrico Carofiglio, che con i suoi legal-thriller costruiti sulla figura dell’Avvocato Guerrieri riusciva ad ottenere un meritato successo. 

L’ultimo decennio: Manzini, Malvaldi & c.
Negli ultimi anni, Sellerio ha proseguito l’escalation cominciata nei decenni precedenti con un crescendo rossiniano di rara intensità.
Antonio Manzini, con il personaggio di Rocco Schiavone, e Marco Malvaldi, con i vecchietti del BarLume, hanno fatto propria la lezione di Camilleri: la contaminazione di trame gialle ben congegnate con elementi tipici della commedia (a tratti quasi da avanspettacolo) ha portato a risultati eccellenti, visto che entrambi gli autori hanno raggiunto il milione di copie vendute.


Seguendo la stessa scia, una nuova generazione di scrittori si sta facendo pian piano conoscere: oltre ai due testé citati, vanno ricordati Alessandro Robecchi, Francesco Recami e Gaetano Savatteri.
Inoltre, non possono essere dimenticate le cosiddette “antologie”: volumi che raccolgono alcuni racconti brevi degli scrittori di “Casa Sellerio” (la prima è stata Un Natale in giallo, uscita nel 2011), che vendono decine di migliaia di copie.

L’Oscar del giallo
Il Premio Scerbanenco è un riconoscimento letterario per il genere giallo intitolato a Giorgio Scerbanenco: maestro riconosciuto oltreché capostipite della letteratura poliziesca italiana. Nell'ambito di questo settore, rappresenta senza dubbio il riconoscimento di maggior rilievo a livello nazionale.
Or bene, nelle recenti edizioni di questa sorta di “Oscar del giallo” abbiamo assistito per ben due volte al trionfo di romanzi editi da Sellerio: nel 2016 Cosa resta di noi di Giampaolo Simi e nel 2017 La lettrice scomparsa di Fabio Stassi.


Questi successi confermano – nel caso ce ne fosse bisogno – la meticolosa attenzione dell’editore alla qualità dei prodotti: libri intelligenti ed allo stesso tempo divertenti, scelti con cura ed in grado di convincere non solo il pubblico ma anche il più smaliziato dei critici. 

Conclusioni
Alla fine di questo excursus, non è difficile trarre delle conclusioni.
Che cosa c’è realmente dietro il successo di questa piccola casa editrice, in grado di competere con giganti dell’editoria quali Mondadori, Rizzoli, Longanesi & C.?
Come primo punto, va evidenziato come – nel corso degli anni – Sellerio abbia cercato di puntare sulla “costruzione” casalinga degli autori piuttosto che dannarsi l’anima nel tentativo di azzeccare a tutti i costi il best seller: Manzini, Malvaldi e gli altri sono emersi proprio grazie a questo editore, che è stato capace di dar loro fiducia, proiettandoli nell'olimpo della notorietà.
In secondo luogo, la natura “seriale” dei romanzi – col periodico ritorno di protagonisti come Salvo Montalbano o Rocco Schiavone – ha consentito di indirizzare le scelte del pubblico sul nome dell’autore piuttosto che su un titolo seducente o ammiccante.
Altro elemento da non dimenticare è l’accurata selezione dei titoli. Nonostante la crescita esponenziale del volume di affari (nel 2016 è cresciuta del 30% rispetto all'anno precedente) il numero dei titoli è rimasto pressoché costante: una sessantina di libri l’anno, quindi 5 o 6 al mese. Da questo emerge un’inequivocabile dato di fatto: la scelta di puntare sulla qualità (ovvero pochi libri scelti bene) piuttosto che inflazionare il mercato con centinaia di titoli, sperando di pescare il jolly dal mazzo.
Come punto conclusivo, una nota di merito spetta alla copertina dei romanzi (perché, com'è ovvio, anche l’occhio vuole la sua parte). Il formato, l’impostazione grafica e l’inimitabile blu che fa da sfondo all'immagine seguono ancora il progetto grafico di Enzo Sellerio, una scelta coraggiosa che ha sfidato il tempo e ancora oggi rappresenta più di un marchio di fabbrica. Quasi a dire che, in un mondo dell’editoria soggetto a bruschi e repentini cambiamenti di clima, i libri editi da Sellerio sono ormai una delle poche certezze.